Cammino di Santiago
Un Cammino fatto di passi ma sopratutto di persone
Ci sono molti motivi per cui una persona decide di partire per il Cammino di Santiago. Spiritualità, sfida personale, voglia di cambiare o semplicemente per il bisogno di staccare.
Ma la verità è che non è mai solo un viaggio.
Negli ultimi anni il Cammino è diventato sempre più popolare, grazie ai social e ai racconti di chi lo ha fatto. Eppure, per quanto se ne parli, è difficile spiegare davvero cosa lascia dentro. Perché certe cose non le capisci mentre le vivi. Le capisci dopo. A volte molto tempo dopo.
Settembre. 310 chilometri separano León da Santiago de Compostela. Io non sono una persona particolarmente sportiva ma in quel periodo avevo un bisogno enorme di camminare.
Non per allenarmi.
Non per mettermi alla prova.
Avevo bisogno di camminare fino a sentire male alle gambe. Per non sentire il dolore che mi aveva portata lì. Uno zaino da 40 litri. Una guida. Un libro. E tutti i pensieri che in quel periodo non riuscivo a mettere in ordine. Madrid. Poi un treno lento fino a León. Il primo ostello comunale lo ricordo ancora, quella sera ho capito che non sarebbe stato un viaggio qualsiasi. In quella prima camerata con 17 letti a castello senza neanche il materasso è arrivato il primo schiaffo in faccia. Credo di non aver neanche cenato.
Solo nei giorni successivi ho capito che mangiare era fondamentale per far andare avanti le gambe. Anche quando non ne avevo voglia. La sera prima della partenza ho partecipato alla messa del pellegrino, con la benedizione. In certi momenti, pensi che qualsiasi aiuto possa servire.
Ogni mattina la sveglia suonava alle cinque e ogni mattina, senza sapere bene come, partivo. Strade buie. Tratti in mezzo al nulla. A volte pieno di pellegrini. A volte completamente sola.
Eppure, quella solitudine non mi faceva paura. Quel dolore, quella fatica, quel silenzio… per me erano una cura. Giorno dopo giorno ho iniziato a collezionare piccoli pezzi di strada e di vita. Passando dalla Castiglia alla Galizia, tra una napolitana (brioche tipica sul cammino di Santiago) ed un caffè, i km diventavano incredibilmente meno ed io non potevo crederci.
Non ero partita per conoscere persone. Ma il Cammino decide per te. Alcuni incontri durano giorni. Altri solo il tempo di un caffè, di qualche chilometro insieme o di una sera in ostello.
Eppure, sul Cammino, anche le persone che restano poche ore lasciano qualcosa.
A volte una risata.
A volte una frase detta per caso.
A volte solo la sensazione di non essere sola.
Quando qualcuno mi chiede cosa sia davvero il Cammino di Santiago, la risposta non mi viene pensando ai chilometri ma bensì ai volti.
Alla donna francese con cui ho condiviso cene, sveglie all’alba e buonissime paste al pesto. A Lorand, che tra un errore e l’altro mi ha fatto capire quanto il mio inglese fosse improvvisato. Ad Andrea e a un gruppo di ragazzi italiani che, anche solo per poco, mi hanno restituito leggerezza. E poi quella mattina, nel buio più totale, quando una ragazza coreana si è aggrappata a me perché ero l’unica ad avere una torcia. Mi ha abbracciata forte e mi ha detto che non mi avrebbe mai dimenticata. Marco, con cui sono partita il primo giorno e con cui ho condiviso il dolore di una tendinite, sostenendoci passo dopo passo. Bernadette, che mi ha regalato una torcia frontale senza conoscere neanche il mio nome. E tanti altri. Persone entrate nella mia strada per poco tempo, ma rimaste nei ricordi come se ci fossero sempre state.
Alla fine ce l’ho fatta ad arrivare a Santiago, anche se con una caviglia più grande dell’altra. E la verità è che non so nemmeno io come ci sia riuscita. So solo che il cammino mi ha insegnato una cosa: nel momento giusto troviamo una forza che non sapevamo di avere.
E che passo dopo passo, siamo capaci di molto di più di quanto immaginiamo.






Cammino di Santiago, September 2024