Il mio primo mese nel Down Under
Eccoci a tirare le somme del nostro primo mese in Australia, e non è facile come sembra. Le motivazioni che ci hanno spinto a intraprendere quella che tutti hanno chiamato “pazzia” sono noiose e inutili alla narrazione. Ve le risparmio.
Quello che conta davvero è questo: a un certo punto l’aereo atterra e in quell’istante capisci che non puoi più tornare indietro. È fatta. Anche se non sai ancora cosa significhi davvero.
Passare dai quindici gradi dell’aereo al sole cocente di Perth è stato traumatico, anche se mi ci è voluto poco per adattarmi. La partenza invece no. Salutare chi ami davanti ai tornelli è un momento molto intenso. Credo di aver realizzato davvero cosa stesse succedendo solo una volta seduta sull’aereo. E forse, a dirla tutta, non l’ho ancora capito del tutto nemmeno ora. Dodici mesi possono essere lunghissimi quando li passi lontano dal luogo in cui lasci tutto ma soprattutto dalle persone che contano davvero. Il 4 gennaio a casa nostra c’era il sostegno di un gruppo eterogeneo, rumoroso ma presente. Quel momento si è trasformato in un ritrovo malinconico, ma oggi so che è un privilegio poter sentire la mancanza di qualcuno così.
I primi giorni sono stati un miscuglio di emozioni: mi sono commossa pur essendo felice, mi sono sentita impaurita, curiosa, coraggiosa e fiera di me stessa nello stesso momento.
Ed è così che sotto le note di Down Under dei Men at Work è iniziato il nostro viaggio in questa terra meravigliosa e desertica.
Cassino Drive
Dove l’Italia ci ha seguito
La nostra prima casa è stata una stanza Booking nel quartiere di Stirling: elegante, moderna, bellissima. E completamente scollegata da tutto. L’indirizzo era 20 Cassino Drive e la cosa più assurda è che tutte le strade avevano nomi di città italiane: Calabria Way, Potenza Avenue, Verona Street. Come se l’Italia avesse deciso di seguirci fin qui. A farci compagnia c’erano Janak e la sua ragazza, indonesiani e ironia della sorte anche loro infermieri. La casa era bella, anche se le macchie sul letto lasciavano intendere che non sarebbe stata una sistemazione definitiva.
Tra jet lag, caldo e ansia, i giorni sono passati veloci. Sveglia all’alba, a letto alle otto, vita lenta e documenti da fare per sopravvivere: Tax File Number, assicurazione sanitaria, conto bancario. Pensavamo di essere preparati, avevamo visto decine di video, ma muoversi in una città lunga oltre 130 chilometri (con quaranta gradi) è stato più complicato del previsto.
Abituarsi all’idea di essere a migliaia di chilometri dall’Italia è stato ed è tuttora un processo. Ogni giorno si aggiunge un pezzetto nuovo. Avere qui mio cugino e la sua famiglia, però, è stata una delle cose migliori che potessero capitarci. In certi momenti ha davvero fatto la differenza. Tra la noia del dolce far niente e le limitazioni negli spostamenti, la prima settimana è passata velocemente nella ricerca disperata di una casa e di una macchina. Dopo un’ora e quaranta minuti su tre pullman diversi per fare dieci chilometri, abbiamo capito che un mezzo nostro non era un lusso, ma una necessità.
Non so quante case abbiamo visto. So solo che non è stato semplice. Perth è una città strana: il centro, il famoso CBD, non è come quelli a cui siamo abituati e quasi tutti vivono nei quartieri residenziali che si estendono per chilometri. Vuoi il mare? Fremantle o Scarborough. Ville in stile Miami? Cottesloe. Parchi, localini e aria inglese? Leederville. E potrei andare avanti all’infinito. All’inizio sei anche schizzinoso: controlli la zona, la polvere sotto il tappeto, valuti se dividere casa con dieci persone di dieci nazionalità diverse. Poi inizi a vedere annunci che in due minuti hanno già sette inspection, oppure arrivi e scopri che è una catapecchia. O peggio: non c’è il letto. È lì, a due giorni dalla fine del nostro Airbnb, che abbiamo iniziato a preoccuparci davvero.
Presi dal panico abbiamo accettato l’unico posto disponibile. Il 12 gennaio abbiamo salutato Stirling e con un Uber ci siamo spostati a Thornlie 97 Shillington Way. Sud-est, ancora più lontano, quartiere non proprio bellissimo. Da camera con bagno privato siamo passati al primo vero schiaffo morale: una casa con sette ragazzi italiani, amici tra loro, lì da un anno. Gentili, ospitali ma con abitudini già consolidate. Ambientarsi non è stato facile.
La libertà ha i sedili di una Jeep del 2004
Con qualche problema al motore
Poi, tra documenti in ritardo e infinite inspection, è arrivata lei:
la nostra prima macchina. Una Jeep Cherokee del 2004, comprata da Filippo, un italiano che lavora nel settore oil & gas. Solo dopo avremmo scoperto che aveva più problemi del previsto. Ma in quel momento ci ha dato carica. Così come le videochiamate a genitori e amici sempre presenti. Il supporto emotivo è stato fondamentale. E poi la ricerca del lavoro: lunga e intricata. Sveglia alle 06:30, annunci su Facebook e Seek, decine e decine di candidature. Le miniere ovunque sui social, come se fossero l’unica misura del successo.
Una sensazione che in parte esiste ancora. Con fatica e impegno però, sono arrivati i primi trial. Audrey e la sua famiglia mi hanno accolta nella loro casa con una gentilezza che non dimenticherò. Per la prima volta nella vita sto facendo lavori completamente diversi da quelli di sempre. Un’esperienza nuova, spiazzante ma preziosa. E poi in una pizzeria italiana: vedere pizze per ore, credetemi, non è affatto male. Piano piano, anche se lentamente, le cose hanno iniziato a girare.
Nonostante il doverci ambientare a una nuova vita, abbiamo cercato fin da subito piccole abitudini tutte nostre: andare in spiaggia al tramonto, goderci un bao al Sunset Market ogni giovedì sera, dissetarci con un bubble tea da Chatime. Non hanno risolto tutte le difficoltà, ma ci hanno fatto sentire nel posto giusto.
Ed è così che a fine mese abbiamo salutato Thornlie e dato il benvenuto alla nostra nuova casa in Benzie Way. Amore a prima vista.
Questo è stato il nostro primo mese in Australia: vero, imperfetto, inaspettato.
Nel prossimo aggiornamento racconterò cosa succede dopo l’entusiasmo iniziale, quando l’Australia smette di sembrare una cartolina e inizia a chiederti chi sei davvero. E se sei disposto a restare.