Il mio secondo mese nel down under
Ci eravamo lasciati con un grosso cambiamento: la nostra nuova casa. Dopo giorni di ricerche disperate, eccola lì. A prima vista perfetta.
Contratto regolare anche se solo per sei mesi. Camera e bagno privato nuovi e ristrutturati. Un sogno, finalmente. Senza contare il prezzo basso… che però, a distanza di un mese, ho capito perfettamente perché fosse così.
Insomma, nuovi stimoli e nuove cianfrusaglie da comprare per sentirsi un po’ più a casa. Nuovi coinquilini… australiani e neozelandesi. Simpatici, anche se non capiamo niente di quello che ci dicono.
Finalmente un po’ di tranquillità
La festa a cui non ti aspetti di capitare
Tony
Ed è proprio quando le cose iniziano a prendere una forma precisa che inizi a vedere i primi frutti del duro lavoro e a sorridere un pò. Infatti quella sera, senza neanche farlo apposta, ci siamo ritrovati a una festa che rimarrà per sempre uno di quei racconti incredibili da fare agli amici.
Villa a picco sul mare.
Food truck nel giardino.
Quasi tutta la comunità italiana riunita a festeggiare l’Australia Day.
Il party era organizzato da uno di quegli italiani che qui ha davvero fatto strada: il proprietario di una famosa catena di supermercati. Tra la calca di gente, la quantità di cibo proveniente da ogni parte del mondo, l’intrattenimento e la sfarzosità di una villa australiana affacciata sull’oceano, abbiamo iniziato ad assaporare quei momenti che sai già che non dimenticherai mai.
E non vi dico la faccia della nostra coinquilina quando ha scoperto che eravamo stati a quella festa. Impagabile.
Il mese è passato abbastanza in fretta, tra una spaghettata con i cugini, un bagno nel mare cristallino di Swanbourne e una serie di momenti senza fretta che questo paese riesce a regalarti. Il posto dove puoi anche scoprire che cenare alle sei di sera, alla fine, non è poi così male. Ma una delle cose che più mi affascina di stare qui è la facilità con cui si riesce a fare amicizia.
Forse perché quasi tutti hanno una mentalità molto aperta e solidale. O forse perché, in fondo, condividiamo tutti la stessa paura: quella della solitudine che inevitabilmente senti quando ti trovi a migliaia di chilometri da casa.
Ed è così che abbiamo conosciuto Gaia, Elvis e Michelangelo. Poi Giulia. E anche Mattia e Aurora. Ed è bellissimo confrontarsi con le differenze abissali che hanno portato ognuno di noi qui.
Bisogni diversi, storie diverse. Ma la stessa esperienza da vivere. E quando condividi tutto questo diventa inevitabilmente un valore aggiunto.
Piano piano, anche se con fatica, sono arrivati anche i primi lavoretti. Grazie alla nostra cara amica Giorgia che in videochiamata ci ha portato fortuna, Peter ha finalmente trovato lavoro come cameriere in un ristorante koreano, specializzato nella brace. Bello eh. Peccato che quando tornava a casa fosse costretto a spogliarsi sulla porta e a mettere i vestiti in un sacco, manco fossero radioattivi.
Non potete capire che odore emanavano.
Ma d’altronde… non si può avere tutto dalla vita.
Io invece ho fatto qualche ora come babysitter scoprendo però, il primo giorno, che avrei dovuto portare al parco anche il cane. Un golden retriever gigante. Spoiler: non sapevo cosa fare, avrei dovuto fare più esperienza con Popa e Zola. Va beh, comunque niente di insormontabile. Mi sembra solo assurdo essere pagata per fare questo… considerando che sono abituata ad avere compiti ben più complicati.
Febbraio lo definirei come: il mese delle prime volte.
Prima volta che abbiamo visto i koala.
Prima sessione di yoga a Elizabeth Quay.
Primo incontro con Ludovico Einaudi tra i vicoli di Fremantle, persona stupenda.
Primo prelievo del sangue… che ci ha confermato che anche in questo il Down Under ci batte.
Quando ti scappa la mano su seek
E ti ritrovi ad un colloquio serio
Una giornata però non la dimenticherò mai. Dopo tutte quelle ore passate su Seek a mandare candidature, avevo praticamente perso il senno. Mi ero candidata a più di cento annunci. Ed è così che, in un giorno qualsiasi di metà febbraio, mi ritrovo a fare un colloquio con l’azienda Crown.
Ruolo: eventi.
Io pensavo a eventi tipo il sunset market o cose del genere. Invece mi accolgono in questo hotel gigantesco, nel loro impero di lusso sparso per tutta Perth. Tutti impettiti, impomatati ed in giacca e cravatta. E io… assolutamente non pronta per un colloquio del genere. Iniziano a farmi domande difficili (tutto in inglese ovviamente).
“Quale valore potresti portare alla nostra azienda?”
E dentro di me pensavo:
“Scusate ma io volevo lavorare ai mercatini… cosa ne so.”
Poi mi spiegano che andrebbero tolti tutti i piercing.
“Sì vabbè…”
E che bisognerebbe vestirsi praticamente come se stessi accogliendo il Papa. Esco da lì di fretta sperando che non mi prendano. E boom. Subito una mail: sono passata allo step successivo, quello dei giorni di prova.
Dentro di me penso:
“Ma io ero venuta qui per pulire i cessi… e mo che faccio?”
Nel frattempo corro a fare un’altra prova di lavoro, questa volta in un ristorante siciliano a conduzione familiare. Ma quando capisco cosa dovrei fare… sbianco.
Accogliere i clienti.
Servire ai tavoli.
Preparare i dolci.
Rispondere al telefono.
Preparare gli Uber.
Fare la cassa.
E anche i cocktail.
Da sola.
“Ehm… scusa… non ho capito.”
La figlia della proprietaria, nonché la pizzaiola, ha 18 anni. Dico solo questo.
Comunque, anche se è stato tosto, mi è piaciuto molto. Alla fine mi sono dovuta fermare anche più del previsto, pagata, perché il ristorante era pienissimo. Ma la cosa di cui mi pentirò per sempre è una sola. Non aver accettato quella maledetta pizza a fine turno.
Tirando le somme, quello che ho capito è che ci vuole tempo per trovare l’equilibrio e la stabilità che avevamo a casa. È un processo lento. E sicuramente non siamo aiutati dal fatto che qui, a Perth, le cose cambiano da un giorno all’altro. Programmare qualcosa anche solo a una settimana di distanza sembra quasi impossibile.
Ma forse è proprio questo l’insegnamento più grande che dobbiamo portarci via da questo anno lontano da casa. Imparare a toglierci di dosso quell’ansia di dover sapere tutto, sempre, delle nostre vite perfettamente organizzate.Quell’ansia che ci comprime dentro una bolla. E che, in fondo, sappiamo benissimo essere anche una delle cause del nostro malessere.