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L’incontro di due mondi diversi in Andalusia

Cosa succede quando due mondi opposti decidono di abitare la stessa terra? Tra una Fiat 500 color prugna e i segreti feroci dell'Alcázar, vi racconto il mio road trip in Andalusia: 500 km di asfalto, polvere e rivelazioni che profumano di Maghreb

C’è qualcosa di affascinante nelle abitudini specialmente quando diventano un appuntamento fisso che ti aspetta ogni anno. Per un paio di anni, io e la mia amica Ilaria abbiamo avuto un rituale tutto nostro: un viaggio insieme, rigorosamente a febbraio. Ci ritagliavamo del tempo solo per noi e partivamo all’avventura. Nel vero senso della parola.


Oggi voglio raccontarvi del nostro road trip in Andalusia anche se…

Come si spiegano 500 chilometri dentro una Fiat 500 (ovviamente a cinque porte per un’eccessiva, quasi ironica, prudenza sulla sicurezza)? E come si raccontano 80 chilometri percorsi a piedi, cercando di decifrare la storia di un luogo dove l’influenza marocchina respira ancora fortissimo sul suolo spagnolo?

L'Andalusia è stata questo: palazzi bianchi, decorazioni in stile arabo e la scoperta di una terra che sembra un ponte sospeso tra due mondi.


È così che il 24 febbraio una "Dolce Vita" hybrid color prugna diventa ufficialmente la nostra terza compagna di viaggio, infilandosi tra i vicoli strettissimi di Siviglia. Tra Plaza de España e la Plaza de Toros, ci fermiamo ad assistere a uno degli spettacoli di flamenco più intensi della città. Cliché? Forse. Ma in ogni caso, un passaggio obbligatorio.

L’emozione più grande, però, ha il nome di Alcázar. Lì ci siamo regalate il lusso di una guida, Carlos: il suo modo di tramandare la storia di come i musulmani costruirono quella struttura era ipnotizzante. Tra le tante curiosità, ce n'è una che mi è rimasta addosso e che racconta la ferocia di quei tempi: gli schiavi nativi americani, una volta portati in Europa, venivano marchiati. Sulla guancia sinistra veniva forgiata la lettera S, mentre sulla destra il disegno di un chiodo, che in spagnolo si dice "clavo". Il risultato, tristemente intuitivo, era S-clavo: schiavo. Un marchio indelebile sul loro volto per sempre.

Dalla vitalità dorata di Siviglia, siamo passate a Cordova. Cordoba o Cordova? Non abbiamo mai capito bene quale fosse il nome giusto. Nonostante l'apparente desolazione di questa ex città romana, siamo state travolte da una sorpresa. Proprio quando tutto sembrava perduto: la cattedrale apparentemente chiusa e le strade deserte per una celebrazione, ci siamo ritrovate nel bel mezzo di una Via Crucis dentro la cattedrale stessa. Immergersi nelle usanze locali, anche quando non le pianifichi, resta sempre la parte migliore del viaggio.

A Granada il registro è cambiato di nuovo. I nostri occhi hanno assaporato una città diversa: salite, miradores, case bianche scintillanti e strade inondate di musica. I riferimenti al Marocco sono così forti che sembra quasi di aver attraversato il mare. È stata sicuramente la tappa più fredda, ma l’Alhambra ci ha tolto il fiato per quanto è imponente. Granada è un mix di culture amalgamate perfettamente, una città che ti offre calore e storia, anche se proprio davanti alla cattedrale abbiamo ricevuto un malocchio. Ma in viaggio è meglio non essere scaramantici.

L’ultima tappa da sogno è stata Malaga, la città di Picasso. Nel suo museo abbiamo cercato di comprendere l'essenza della sua vita complessa e delle sue opere eclettiche. Inutile dire che questa città ci ha regalato quello che alle altre mancava: il mare e la sua Malagueta.

Una paella sulla spiaggia è stata la conclusione perfetta di uno dei miei viaggi migliori.